Le alternative possibili alla psichiatria
Congresso ANFFAS (Associazione Nazionale Famiglie Di Disabili Intellettivi E Relazionali)
Pesaro 30 novembre 2001
Intervento di Giorgio Antonucci: "Il diritto di esistere e l'identità negata"
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Il diritto di esistere e l'identità negata
Giorgio Antonucci
Quasi mi capita come Oscar Wilde che diceva giustamente: "Quando gli altri mi danno ragione ho l'impressione di essermi sbagliato" allora sono in imbarazzo anch'io. Voglio subito affrontare il problema del danno recato dai cosiddetti malati di mente. Io mi occupo di questo problema da 35 anni e ho lavorato da solo, in proprio e come medico sempre per evitare gli internamenti. Ho lavorato nel primo reparto di ospedale civile in alternativa al manicomio, ho lavorato 24 anni nel manicomio. Io sono entrato, nel 1973, in un manicomio civile con 400 persone. Queste persone non avevano mai fatto danni a nessuno e quelle che io ho liberato non avevano fatto danni prima di essere rinchiuse e non hanno fatto danni dopo quando sono uscite libere. Questo discorso dei danni è dovuto ad un pregiudizio che attribuisce a queste persone l'incapacità di avere rapporti con gli altri, incapacità che viene poi immediatamente considerata come fatto pericoloso. Io, ripeto che ho lavorato 24 anni in manicomio per cambiare le cose, per liberare le persone e non ho avuto un graffio. Anzi sono stato picchiato due volte: una volta da un cittadino di Imola e una volta da un infermiere, ma non sono stato toccato dai pazienti, mai, anche se le situazioni erano estremamente drammatiche. Aggiungo che quando io facevo il medico di guardia ricevevo i trattamenti sanitari obbligatori, prima ancora ricevevo i ricoveri coatti e provvedevo perché le persone tornassero indietro. Perché lo sanno tutti che entrare in manicomio, forse uno può andare volentieri al circolo creativo, ma nessuno va volentieri in manicomio. Nessuno si augurerebbe per se stesso di andare in manicomio. Volevo precisare questo perché questo discorso del danno è veramente una truffa ed è veramente un'ipocrisia.
Dunque, il problema di cui ci stiamo interessando è un problema importante che io non definisco né in termini scientifici generici, né in termini medici e neanche in termini psicologici. Il problema di cui noi stiamo parlando è il problema dei rapporti tra la libertà dell'individuo e l'organizzazione sociale. Questo è il problema di cui si occupa anche la psichiatria, e non solo la psichiatria.
Una società fatta di determinate leggi, la violazione di queste legge è reato e di questo si occupa la magistratura; se invece non c'è violazione di leggi ma c'è un comportamento o un pensiero non consueto in quella società interviene lo psichiatra. Il problema è che lo psichiatra non interviene per una malattia, lo psichiatra interviene perché c'è uno, per esempio, che dice "io sono Carlo Magno", ma uno che dice "io sono Carlo Magno" non è portatore di malattia, ma uno mi sta dicendo una cosa probabilmente ritenuta dalla maggior parte delle persone un assurdo, magari uno che crede nella reincarnazione può pensare che quello sia la reincarnazione di Carlo Magno, ma chi dice di essere Carlo Magno è uno che esprime un pensiero che può essere giusto o sbagliato, ma è un pensiero. Lo psichiatra interviene solo per pensieri che sono o sembrano diversi o per comportamenti che sembrano o sono diversi, per cui non c'è bisogno di interpellare né la medicina né la scienza, ma c'è il bisogno di occuparsi di questo problema tra l'individuo e la società ed occuparsi di quali sono i termini del diritto e della libertà. E io di questo mi sono occupato.
Io sono da 35 anni nel campo psichiatrico. Io ho cominciato non perché avevo letto Szasz o Basaglia, quando ho iniziato non conoscevo né Szasz né Basaglia. Una volta Alessio Coppola mi domandò come avevo fatto, semplice molto semplice, non è un problema psicologico, non è un problema scientifico né tanto meno un problema medico. Io non ho mai sopportato che una persona venga sottoposta ad aggressione e a violenza, specialmente quando queste aggressione o violenza non è motivata.
Uno che dice di essere Napoleone o Carlo Magno, queste sono cose molto semplici, sono cose di cui parla il popolo, lo prendono con la forza e lo portano da qualche parte. Prendere uno con la forza vuol dire costringere e infatti, non a caso, non ci sono solo gli infermieri, ma anche la polizia, è un'operazione di polizia. Sottolineo un'operazione di polizia verso una persona che non ha commesso reato e in più si può dire che gli si attribuisce la possibilità di commettere reati ma è un processo all'intenzione. Ma sappiamo che se si deve fare un processo all'intenzione allora siamo coinvolti tutti, ognuno di noi da un momento all'altro può fare qualcosa di spiacevole sia dal punto di vista dei costumi sia dal punto di vista delle leggi. Per cui entrare nella testa delle persone per dire chissà cosa farà è quello che fa lo psichiatra.
Ad esempio se una persona dice io mi ammazzerò, allora i famigliari si spaventano, come il fatto che mi è capitato di recente. Una ragazza mi ha telefonato da una clinica di Viareggio dicendomi "sono stata legata a letto 24 ore, mi hanno portato lì di forza, io ho minacciato il primario con una sigaretta accesa, mi ha messa legata a letto per 24 ore io ho dovuto fare i miei bisogni a letto, mi hanno anche picchiato". Questo è successo pochi giorni fa, i genitori avevano paura che lei si suicidasse.
Tornerò dopo sul fatto che il suicidio non è una malattia di mente. Gli stoici, Dante, la cultura tutta ritiene che il suicidio è una delle tante possibili scelte, che possono essere approvata o meno. Da i cattolici può essere disapprovata, lo stesso Dante fa eccezione per Catone che lo mette fuori dall'Inferno, perché si è suicidato per la libertà. Tornerò dopo su questo.
Voglio fare un discorso sempre su questi rapporti e riferire anche sulla storia della medicina e anche sulla storia della psichiatria. Il dottor Freud di Vienna quando aveva 30 anni ed era un neurologo bravissimo, aveva fatto anche delle scoperte in neurologia per quanto riguarda certe funzione olfattive e nello stesso tempo e questo è un altro aspetto della sua personalità, molto diverso, si interessava dei problemi delle persone, dei problemi psicologici, dei rapporti delle persone.
I problemi psicologici sono semplicemente senza tante chiacchiere i problemi dei rapporti tra le persone. Freud andò a Parigi a studiare da Charcot. Charcot aveva, appunto un manicomio, Parigi era già grande, è una delle prime metropoli. Parigi aveva alla Salpetriere un reparto diretto dal prof Charcot con 5.000 donne, si chiamava l'Asilo delle donne perdute, Freud parte da Charcot perché egli era ritenuto il più grande neurologo d'Europa, per cui lui (Freud) parte da Charcot per perfezionarsi.
Freud frequenta le lezioni di Charcot come gli altri studenti, però Charcot aveva anche l'abitudine di scegliersi alcuni studenti che gli parevano più simpatici o più intelligenti o comunque i suoi preferiti e con questi si trovava la sera a casa o all'osteria. Freud racconta che Charcot alle lezioni diceva che i comportamenti di queste donne, che lui mostrava agli studenti come oggetti sotto osservazione erano legati con probabilità, diceva, a delle alterazioni dei nervi, lui diceva dei nervi, cioè queste donne non erano come le altre per queste alterazioni. Però la sera all'osteria parlava diversamente, perché voi sapete la censura c'è sempre stata e Charcot aveva paura a dire quello che pensava, paura di perdere il posto se non peggio. Agli studenti con cui si confidava diceva che non c'erano alterazioni nervose, né problemi di nervi e diceva che era questione sessuale. Questo è un fatto molto importante, è l'origine della psicoanalisi.
Io non sono d'accordo con tutto quello che dice la psicoanalisi, io parlo della storia di una trasformazione: un neurologo, Freud, sente un altro neurologo che dice che 5.000 donne del manicomio sono lì per la questione sessuale. Charcot ha detto due cose, implicitamente, che non sono lì per difetti strutturali loro, né dei nervi né del corpo, ma lo sono perché la loro vita sessuale non si può esprimere bene. E questo richiama al problema sociale, perché nella società ci sono dei pregiudizi, perché nella società ci sono delle convenzioni, perché nella società ci sono delle usanze, perché la società considera le donne inferiori agli uomini. Si era accorto del fatto che nel manicomio c'erano 5.000 persone, donne, per il rapporto tra l'individuo e la società e non per una malattia.
Freud, tra l'altro, fonda la psicoanalisi sulla questione sessuale. E Freud, riferendosi al suo lavoro di psicoanalista dice "ho smesso di fare il medico", ma non quando faceva il neurologo, sapeva benissimo di fare ilo medico, io so benissimo di fare il medico, io ho iniziato come medico, sono stato all'ospedale civile, ho fatto il medico di base, però quando facevo il medico sapevo che quando una persona mi indicava un dolore allo stomaco, faccio per dire, poteva essere un infarto oppure una colica epatica, io dovevo visitarlo e sapere da dove derivava questo dolore, però se io parlavo anche con questa persona e mi confidava la tristezza dell'invecchiare, questa non è più medicina, è un'altra cosa.
È questo che diceva e aveva capito Charcot. Parlare con una persona dei suoi problemi è un'altra cosa dalla medicina. Ora succedono delle cose ridicole; si va dal medico per parlare dei problemi con il fidanzato. Io vado dal medico se ho un'infezione ai genitali, ma se devo parlare di miei problemi con la mia fidanzata o con la moglie o con le donne cosa c'entra la medicina? È così naturale. Freud si mise a fare lo psicoanalista per capire i problemi della storia della persona, disse "io sono più allievo di Goethe, che raccontava storie che non di Helmotz che è un grande neurologo".
Questa è una storia semplice e diretta. Devo dire che quando ero in manicomio mi sono trovato intorno a persone che avevano i loro problemi in rapporto alla società prima di essere internate e dopo, naturalmente, e i loro problemi perché erano internate. Problemi. I problemi si risolvono con la critica e il ragionamento, il dialogo.
Di recente Gino Strada, giustamente obiettava la guerra, lui è contro la guerra dice che l'unica alternativa alla guerra è il dialogo; cioè se si discute e ci si mette d'accordo non c'è bisogno di ammazzare. Il dialogo non è una cosa così semplice come sembra a prima vista. Con persone che sono state escluse dalla società perché il loro comportamento, il loro pensiero non coincide con le convenzioni alla società è naturale domandarsi cosa è successo e bisogna ridare a loro la libertà.
La libertà per un individuo è importante, già per me è pesante dover considerare la necessità che c'è nella nostra società di dover privare una persona della libertà, perché ha fatto un reato, spesso poi si priva della libertà per un'ipotesi di reato, ma questo è un altro problema. Prendere una persona con la forza e portarlo in manicomio per le sue opinioni e magari per comportamenti non convenzionali, ad esempio perché si è spogliata fuori dalla porta invece di andare nella sua stanza, è un'assurdità: internare una persona per le sue opinioni o comportamenti è un'assurdità. È un attentato alla libertà. Io ho cominciato da questo punto.
La prima volta ho assistito all'internamento di una prostituta, era il periodo in cui sono state chiuse le case di tolleranza, le case della prostituzione di stato, a questo proposito voglio fare una parentesi, si trovano anche persone molto distinte tipo Fellini e Montanelli che dicono "ah che bei tempi quelli delle case di tolleranza. Erano dei luoghi dove ci si trovava tra amici, si stava bene, si scherzava" ma non dicono che le donne nelle case di tolleranza avevano la carta d'identità diversa, erano schedate, avevano il trattamento sanitario obbligatorio, erano obbligate a farsi visitare, dunque erano trattate da cittadini di seconda categoria. Il cliente non aveva il trattamento sanitario obbligatorio anche se poteva essere lui a portare l'infezione. Le case di tolleranza non sono state chiuse per togliere la prostituzione, che è un altro problema, ma sono state chiuse per togliere alcune donne dalla condizione di inferiorità sociale. In manicomio è la stessa cosa, in manicomio ci sono persone in condizione di inferiorità sociale perché la classificazione psichiatrica li mette nella condizione, appunto, che si pensa che siano persone pericolose cioè quando lo psichiatra ha fatto la diagnosi tutti gli altri pensano, falsamente, che quelle siano persone più pericolose delle altre, perché pericolose si può essere tutti.
La diagnosi psichiatrica squalifica poi se si prende con la forza una persona e la si porta dentro si completano i danni. Ora per tornare al discorso di prima, nessuno degli psicoanalisti dice questa cosa di Freud, inoltre Freud non solo si è occupato di problemi individuali ma nel "Disagio della civiltà" racconta come una civiltà procura delle umiliazioni dei fallimenti, delle limitazioni, delle sofferenze e queste sofferenze sono quelle di cui si occupava Freud. Non si occupava di malattia, ma si occupava di persone preoccupate delle complicazioni della loro vita individuale e sociale. E questo vale anche per le persone internate nel manicomio.
Se ad un certo punto io dico, appunto, di essere un grande musicista, non lo dico per la biochimica del cervello, lo dico per un discorso simbolico. Fare discorsi simbolici, Kassinger ha detto che noi siamo animali simbolici, è parte della nostra capacità creativa. Io posso esprimermi direttamente o fare discorsi simbolici e dire che sto ascoltando la voce dello spirito santo.
Mi ricordo una volta a Magistero c'erano dei preti cattolici che parlavano delle apparizioni della Madonna a quella bambina in Jugoslavia, io dissi loro che in manicomio conoscevo una donna, morta in manicomio, che era stata internata perché diceva che credeva alla telepatia. Se si ammette che ci possono essere delle esperienze che escono fuori da quelle di tutti i giorni, perché vedere la Madonna non è esperienza da tutti i giorni, è molto più banale quella della telepatia, allora dicevo ai medici se c'è libertà, creatività, possibilità di esprimersi in modo simbolico ci deve essere per tutti non soltanto per quelli che, magari vengono considerati santi. D'altra parte Savonarola prima l'hanno messo nel rogo poi ora lo fanno santo, per cui bisogna sempre stare attenti per come ci si esprime.
Noi siamo un animale simbolico, ci esprimiamo per metafore e questi che dicono che sono deliranti si esprimono per metafore, ma le metafore si riferiscono ai loro problemi basta sapere ascoltare, parlare e discutere. Io non ho conosciuto nessuno né fuori dal manicomio né dentro il manicomio che dicesse delle cose che non avevano significato. Il significato non è sempre così immediato, non si parla come i presentatori della televisione, per fortuna, si parla anche in modo più complicato perché siamo ricchi di creatività.
Poi c'è un altro problema: il problema della libertà. "Or ti piaccia gradir la sua venuta: libertà va cercando, ch'è si cara, come sa chi per lei vita rifiuta" Dante. Della libertà Kant dice che non ci sono limiti che gli possono porre. Si è liberi con il pensiero e nell'azioni sia pure nel rispetto degli altri. C'è l'etica e poi c'è la legge, ma questo è un altro problema. Allora quando uno mi fa un discorso fantastico io dico quest'uomo è come un poeta, non sarà strutturato come un poeta ma la facoltà creativa è la stessa. D'altra parte si legge continuamente nei libri degli psichiatri da Lombroso in avanti, fino ad un libro pubblicato qualche anno fa di un francese Philippe Brenot, che tratta tutti gli artisti come matti. Anche Rossini, lo dico perché voi siete di Pesaro. Lombroso scrisse che anche un uomo eccezionalmente intelligente è un matto. Ora lui non rischiava nulla, ma essere intelligente non è un difetto. Però questo dimostra come bisogna rientrare passivamente nelle convenzioni.
Tolstoj ebbe la visita di Cesare Lombroso e scrisse nel suo diario "Un vecchietto molto limitato" Lombroso si è vendicato dicendo che anche Leone Tolstoj era un matto. Proprio uno come Tolstoj che è stato maestro di Gandhi, e che parlava della pace universale.
Per concludere la storia vera di un cittadino francese. Prima guerra mondiale, 1914, i giornali parlano della probabilità della guerra, una sera al manicomio di Parigi, quando il sole è completamente sparito, ci sono i lampioni a petrolio, arrivava un ometto e bussa alle porte del manicomio. Lui si presenta al portinaio e dice di volersi internare. Il portinaio rimane meravigliato, è un fatto che non succede quasi mai, e quando succede è perché la libertà è senza limiti. Al medico di guardia, l'ometto racconta che soffre molto perché sa che deve verificarsi un macello grandissimo, non era ancora scoppiata la guerra, che poi non servirà a nulla. Infatti la 1° guerra mondiale ci ha portato alla 2° e la seconda... ora siamo a Bin Laden con le guerre non si finisce mai. Si ammazza la gente e poi si ricomincia daccapo. Questo è anche il mio parere, soltanto che lui si presentò al manicomio e disse che voleva compensare l'umanità di quei delitti che stava preparando, lui si sacrificava, internandosi in manicomio per fare da contrappeso a questo. Entra in manicomio e via via che arrivano le notizie dei massacri sul fronte e poi cominciavano anche quelli fuori dal fronte, oggi, come si sa la guerra è molto più diffusa, lui via via che sentiva queste notizie provocava i medici e infermieri e si faceva trasferire da un girone all'altro, fintanto che arrivato in fondo è morto. Gli psichiatri discutevano della strana forma malattia di quest'uomo, nessuno aveva sospettato che forse dal suo punto di vista e non solo dal suo perché poi verranno Russel, Einstein, Tostoj, il dottor Swaitzer, Danilo Dolci, Giorgio La Pira ce ne sono tanti che non si sono presentati al manicomio ma la pensano come lui.
È il problema di sempre, anche ora se uno dice che non è d'accordo con i bombardamenti rischia, nel 1914 era anche peggio. Cecov racconta, nel racconto "La sala numero 6", di un giovane studente di San Pietroburgo che è solo, nella metropoli, è lì per studiare lontano dalla famiglia, e a un certo punto nella solitudine si impaurisce, e ha paura che la polizia lo possa arrestare anche senza che lui abbia fatto nulla. Incomincia ad isolarsi, a chiudersi in una stanza perché ha paura della polizia. Qualcuno si è accorto di questo isolamento lo prendono e lo chiudono in un piccolo manicomio. Il medico del manicomio, come spesso succede nei manicomi, non faceva nulla si annoiava, un giorno si mise a parlare con questo studente e si accorse che quello studente aveva un'esperienza ricchissima.
Aver paura di essere arrestati dalla polizia anche senza aver fatto reato, sapete tutti bene che è una cosa del tutto normale, però c'era il problema della solitudine, dell'isolamento c'erano tanti problemi allora questo medico si accorge che questo giovane era più intelligente degli infermieri che aveva accanto e dei paesani con cui discuteva allora comincia a mettersi in testa di liberare tutti quanti, ma internano anche il medico e muore in manicomio.
A me è andata meglio.
Vi ringrazio
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